Dov’è finita la vera uguaglianza?

Sabato sono stata alla notte bianca di San Remo e – delusione per l’intrattenimento esclusa – mi sono ritrovata piacevolmente sorpresa ancora una volta dalla mia sintonia con l’aria notturna. Il fatto è che ogni volta che vado in moto con il mio fidanzato – perché io con biciclette e motorini non sono abile – vengo illuminata da delle merevigliose idee.
Questa volta ho trovato, nella mia stessa testa, dell’interessante materiale che ho scoperto lì da molti anni.
Pensavo ad un ex-amico che in giovane età si è sposato e ha avuto un figlio senza minimamente conoscere i bambini, cosa significa convivere e, soprattutto con una situazione economica quasi disastrosa, cosa che, in realtà, oggi sembra quasi essere la regola e non l’eccezione.
Comunque, questo mi ha portato a pensare a come prendono il cognome bambini e donne sposate, ovvero facendo proprio il cognome del padre e del marito, come se fossero una loro proprietà. Lo trovo altamente ingiusto perché il bambino è figlio di entrambi i genitori, in primis, e perché una donna dovrebbe mantenere le sue origini e la sua identità senza dover diventare di appartenenza altrui. Il matrimonio deve essere una comunione, non un atto di proprietà come accade ancora oggi in molti paesi.
Non trovate anche voi ingiusto ritrovarsi in una società che continua ad utilizzare un sistema altamente paternalistico? Un sistema derivante da un mondo in cui gli uomini erano super eroi con infinite libertà, mentre le donne erano considerate dolci angeli del focolare con manette invisibili di cui non erano conscie.
E ora, nel ventunesimo secolo, continuiamo a rispettare queste norme.
Si tratta di sessismo civico e linguistico (pensate al fatto che per indicare due sostantivi di genere opposto siamo costretti per regole grammaticali ad utilizzare la forma maschile del plurale).
Ciò che penso è che questo sistema dovrebbe modificarsi, adeguarsi alla modernità. Una società in cui la donna non è solo eguale, ma addirittura superiore – notate bene che non lo dico per vanità, ma semplicemente mi appello ai fatti – se contiamo che si occupa del lavoro, della casa, dei bambini e non può mai dimenticarsi di curare un minimo la sua persona per se stessa, ma spesso per non perdere il proprio partner. Una donna, inoltre, non si fa fermare da una febbre, dal ciclo – per quanto doloro sia, senza contare il fatto che sia un fastidio regolare – ma continuerà a lavorare, a svolgere le proprie mansioni e a occuparsi delle sue faccende. Non è possibile dire la stessa cosa per l’uomo (se non ci credete, pensate solo alla pubblicità del deodorante che è passata in TV ultimamente).
Ammetto che, purtroppo, dopo anni e anni di lotte, ci ritroviamo pieni di donne-oggetto il cui unico scopo è quello di apparire.
Questa situazione è colpa di tutta una politica dei mass media che hanno voluto trarre in inganno le donne approfittando del bisogno di piacere (che è umano e non solo femminile). Il problema è che curare il proprio corpo e il loro aspetto richiede un tempo infinito, e poche di noi ancora pensano che sia meglio spendere il tempo per curare il proprio intelletto.
In generale, il concetto che sto esponendo in questo articolo si realizza nel diritto delle donne che – senza nemmeno accorgercene – non viene rispettata pienamente nel nome dell’uguaglianza tra i sessi.
Questo non implica che il mondo sia completamente paternalista, ma che possiamo ancora migliorare la nostra società e, naturalmente, questo non è l’unico modo.

Si può essere super eroine senza bisogno di costumi aderenti e seni abbonanti, semplicemente imparando a lottare – anche quando ci sembra troppo difficile – per ciò in cui realmente crediamo.

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